Abbiamo pensato questa riflessione in occasione della Giornata internazionale della carità, che si celebra il 5 settembre, come un invito a riscoprire il significato di una parola tanto familiare quanto esigente.
«La carità non si fa con il superfluo». È un’espressione che ripetiamo spesso e che ci aiuta a comprendere che cosa significhi amare davvero.
Donare ciò che non ci serve più è certamente un gesto buono. Ma la carità, nel senso cristiano e ritiano, chiede qualcosa di più: chiede di lasciarsi coinvolgere dalla vita dell’altro.
L’esempio di Rita: tutti possiamo aprire i cuori
Santa Rita ci mostra una carità concreta, fatta di relazioni da custodire, ferite da attraversare, perdono da scegliere e persone da accompagnare. Un amore che costa, perché ci chiede di uscire, almeno un po’, da noi stessi.
Per questo la carità non coincide soltanto con l’aiuto economico. A volte il dono più prezioso è il nostro tempo: ascoltare senza fretta, visitare chi è solo, tendere la mano a chi attraversa una difficoltà, rinunciare a un giudizio, scegliere il perdono quando sarebbe più facile chiudere la porta.
Nel modo ritiano di vivere la fede, la carità nasce da un cuore che si accorge. Quando ci accorgiamo davvero dell’altro, il suo bisogno non è più qualcosa che possiamo considerare estraneo.
E allora questa Giornata può diventare anche per noi un piccolo esame del cuore. Non soltanto: che cosa posso dare? Ma: che cosa sono disposto a mettere in gioco per l’altro?
Forse proprio qui comincia la carità: quando non offriamo semplicemente ciò che ci avanza, ma qualcosa che ci appartiene.
Non solo qualcosa da dare: dare noi stessi
Forse siamo abituati a pensare alla carità soprattutto come a qualcosa che possiamo offrire: denaro, cibo, vestiti, tempo.
Sono doni preziosi. Ma la carità cristiana chiede qualcosa di ancora più profondo: chiede di riconoscere nell’altro un fratello, una sorella, una persona che non vale meno di noi perché si trova nel bisogno.
Per questo la carità non umilia chi riceve e non rende più importante chi dona. Al contrario, mette tutti sullo stesso piano: quello della comune fragilità e della comune dignità.
È una distinzione importante anche nel nostro tempo, nel quale le povertà non sono soltanto economiche. C’è chi non ha abbastanza per vivere, ma c’è anche chi non ha nessuno con cui parlare. C’è chi cerca una casa e chi, pur avendola, non vi si sente accolto. C’è chi ha bisogno di un lavoro e chi ha bisogno che qualcuno creda ancora nelle sue capacità. C’è chi soffre perché è malato e chi soffre perché si sente dimenticato.
La carità comincia proprio lì: quando smettiamo di vedere “un bisogno” e cominciamo a vedere una persona.
Qual è il nostro gesto di carità?
La Giornata internazionale della carità non ci chiede necessariamente di compiere gesti straordinari.
Ci chiede, prima di tutto, di aprire gli occhi.
A chi possiamo telefonare?
Chi possiamo andare a trovare?
A chi possiamo chiedere sinceramente: “Come stai?”
Quale persona abbiamo giudicato senza conoscerne davvero la storia?
A quale bisogno possiamo rispondere con il nostro tempo, le nostre capacità, le nostre risorse?
La carità può cominciare anche da un gesto apparentemente piccolo. Una visita. Un ascolto. Un perdono. Una preghiera offerta per qualcuno. Un aiuto concreto. La disponibilità a mette rsi al servizio di una comunità.
Perché il bene non diventa piccolo quando è piccolo il gesto. Diventa grande quando nasce da un cuore che ha imparato ad amare.
Santa Rita non è soltanto la santa a cui affidiamo le nostre cause impossibili. È una donna che ci ricorda che il Vangelo può entrare nelle situazioni concrete della vita.
Ci insegni l’amore concreto, discreto e generoso: un amore che non fa rumore, ma sa farsi vicino.