Riparare il male con il bene: l’esempio di Santa Rita

“Figlio di Sant’Agostino”: le radici spirituali di Papa Leone XIV

San Giuseppe, padre silenzioso e custode della vita

Leone XIV, il Papa agostiniano: “Abbiamo un Papa in famiglia”

Quarantore di adorazione eucaristica

Cascia e Chicago unite dalla Fiaccola della Pace e del Perdono

Il perdono di Santa Rita: la rivoluzione dell’amore che spezza la violenza

Servizio Civile Universale 2026: al Monastero di Santa Rita 2 posti per giovani volontari

Educare per liberare: Madre Fasce e Maria Montessori, due strade, un’unica visione

Perché venerare i santi? Il significato profondo della loro memoria

Dalla violenza alla riconciliazione: la forza del perdono che ricuce le ferite della vita

La vita di Santa Rita da Cascia è una delle testimonianze più forti di come sia possibile trasformare il dolore in riconciliazione e la violenza in pace.

Ancora giovane, Rita sposò un uomo del luogo, Ferdinando, dal quale ebbe due figli. La loro vita familiare sembrava procedere serenamente, ma fu improvvisamente sconvolta da un evento tragico: il marito venne assassinato.

La sua morte fu probabilmente legata alle tensioni e alle rivalità del tempo. Secondo alcune ricostruzioni, Ferdinando avrebbe deciso di allontanarsi da un gruppo violento anche grazie all’influenza della moglie. Questa scelta, però, ebbe conseguenze drammatiche e la sua vita fu spezzata dalla vendetta.

Il rischio della faida

L’omicidio rischiava di aprire una nuova catena di violenza. In quel contesto storico, infatti, la vendetta tra famiglie era una consuetudine radicata e spesso inevitabile. Anche i figli di Rita avrebbero potuto seguire quella strada, desiderosi di vendicare la morte del padre. La faida tra le famiglie sembrava destinata a crescere e a generare nuove vittime.

Proprio in quel momento drammatico, però, Rita compì una scelta completamente diversa.

La forza del perdono

Invece di cedere alla logica della vendetta, Rita scelse la via del perdono e della riconciliazione. Era un cammino difficile, umano e spirituale insieme. Rimasta sola, maturò il desiderio di consacrare la sua vita a Dio entrando nel monastero delle monache agostiniane di Santa Maria Maddalena a Cascia. Ma il suo desiderio incontrò inizialmente molte difficoltà.

Secondo la tradizione, nel monastero vi erano parenti degli assassini del marito e per questo non venne accolta subito. Le fu posta una condizione impegnativa: prima di entrare avrebbe dovuto riconciliare la propria famiglia con quella dei responsabili dell’omicidio. Non bastava dimenticare o mettere a tacere la vicenda: si chiedeva a Rita di fare pubblicamente pace.

La riparazione che ricuce le relazioni

Rita accettò questa sfida dolorosa con coraggio. Si avvicinò agli assassini del marito, li incontrò e compì il gesto più difficile: perdonare. Con questa scelta riuscì a spezzare la catena della vendetta e ad aprire un cammino nuovo.

Il suo gesto non fu solo personale. Il perdono diventò una vera opera di riparazione, capace di ricucire lo strappo provocato dalla violenza e di restituire pace alla comunità. Così Rita, che era stata vittima di un grande dolore, divenne costruttrice di riconciliazione, creando nuove relazioni di accoglienza e solidarietà.

Vincere il male con il bene

La storia di Santa Rita continua ancora oggi a parlare al cuore di molte persone. Il suo esempio mostra che anche nelle situazioni più difficili la vendetta non è l’unica strada possibile. Il perdono, pur essendo un cammino esigente, può aprire nuove possibilità di vita e di pace.

Per questo Santa Rita è diventata nel tempo una sorella e una guida per tutte le famiglie ferite dal dolore, una presenza a cui rivolgersi con fiducia quando il male sembra avere l’ultima parola.

La sua vita ci ricorda che il male può essere vinto solo con il bene e che la riconciliazione, anche quando sembra impossibile, può diventare una strada concreta di speranza.

di Padre Vittorino Grossi e Suor Elisabetta Tarchi

Quando, l’8 maggio, è apparso per la prima volta al mondo dopo la sua elezione, Papa Leone XIV ha scelto parole semplici ma profondamente rivelatrici: «Sono un figlio di Sant’Agostino».Non era soltanto un riferimento alla sua appartenenza religiosa. In quelle parole si intravedeva una storia spirituale, fatta di ricerca, interiorità, comunione e amore per la verità: i tratti che da secoli caratterizzano la tradizione agostiniana.

Il Papa ha parlato più volte con affetto di Sant’Agostino, il grande vescovo e pensatore del V secolo, che dopo una lunga ricerca interiore arrivò alla fede e dedicò la sua vita a raccontare il cammino dell’anima verso Dio. La sua esperienza spirituale, custodita nelle opere e nelle lettere, continua ancora oggi a guidare la vita dell’Ordine di Sant’Agostino.

Una regola nata dal desiderio di vivere insieme

La Regola di Sant’Agostino fu scritta attorno all’anno 400. Non nacque come un codice di norme, ma come una lettera spirituale destinata a una comunità di religiose a Ippona. In poche pagine il santo indicava uno stile di vita semplice e profondo: vivere insieme nella carità, pregare con fedeltà, custodire l’unità del cuore e mettere tutto in comune.

Secoli dopo, all’inizio del XIII secolo, alcune comunità di eremiti della Toscana cercavano proprio questo: un modo per vivere la fede in modo più condiviso e armonioso. Per questo si rivolsero a Papa Innocenzo IV, chiedendo di poter adottare una regola comune. Erano anni di grande fermento spirituale nella Chiesa. Stavano nascendo nuovi ordini religiosi, come l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Predicatori, che portavano la vita religiosa fuori dai monasteri, tra la gente e nelle città.

Il Papa suggerì agli eremiti di ispirarsi proprio alla Regola di Sant’Agostino. Quelle parole antiche custodivano ancora una sorprendente attualità: la vita comune come luogo di comunione, la preghiera come respiro quotidiano, la moderazione, la correzione fraterna, l’obbedienza e il servizio.

Da eremiti a frati

Adottando la Regola, gli eremiti scelsero anche di riconoscere Sant’Agostino come padre spirituale. Nel tempo la loro esperienza cambiò volto.Dalla solitudine degli eremi nacque una presenza più vicina alla vita delle persone. Gli eremiti diventarono frati, predicatori e testimoni della fede nelle città e nelle comunità. L’Ordine prese forma definitiva nel 1256, con la cosiddetta Grande Unione, che riunì diverse comunità sotto una stessa famiglia spirituale.

Accanto ai frati nacquero anche comunità femminili agostiniane, dalle quali sono fiorite figure di straordinaria santità come Santa Chiara da Montefalco e Santa Rita da Cascia. Tra i santi agostiniani ricordiamo anche San Giovanni da Sahagún e San Nicola da Tolentino, primo agostiniano canonizzato dopo la nascita ufficiale dell’Ordine.

Una spiritualità che continua a parlare al cuore

Oggi l’Ordine di Sant’Agostino è presente in quasi cinquanta Paesi, con oltre 2.800 religiosi. Ma la famiglia agostiniana è molto più ampia: accanto ai frati e alle monache, anche molti laici condividono questa spiritualità e collaborano nelle opere pastorali, educative e caritative. Il cuore della tradizione agostiniana resta sempre lo stesso: camminare insieme nella ricerca di Dio, sostenendosi nella fede e nella carità.

Forse è proprio questo il significato più profondo delle parole pronunciate da Papa Leone XIV nel suo primo saluto al mondo: ricordare che la fede non è un cammino solitario, ma una strada da percorrere insieme, con un solo cuore e una sola anima.

Nel giorno della sua festa celebriamo tutti i papà, segni concreti di amore e responsabilità

Il 19 marzo la Chiesa celebra San Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre che Dio ha scelto per custodire Gesù. È una figura discreta, quasi silenziosa nei Vangeli, ma straordinariamente eloquente attraverso i suoi gesti.

San Giuseppe non pronuncia parole, ma agisce con fiducia, responsabilità e amore. Accoglie Maria, protegge il bambino Gesù, affronta la fuga in Egitto e lavora ogni giorno per garantire alla sua famiglia una vita dignitosa. Il suo è un amore concreto, fatto di presenza, di cura, di protezione. Proprio per questo la Chiesa lo ha sempre indicato come modello di paternità, un esempio per tutti i papà.

La forza della paternità

Essere padre significa molto più che generare un figlio. Significa accompagnarlo nella crescita, sostenerlo nei momenti difficili, insegnargli a guardare il mondo con fiducia.

La paternità è fatta di responsabilità ma anche di tenerezza, di piccoli gesti quotidiani che costruiscono sicurezza e fiducia nel cuore dei figli. Come Giuseppe, tanti padri nel silenzio della vita di ogni giorno si fanno custodi della vita, sostenendo le loro famiglie con dedizione e sacrificio.

In un tempo in cui spesso si parla delle fragilità della società, il ruolo dei padri resta fondamentale: la loro presenza è una radice di stabilità e di speranza per le nuove generazioni.

San Giuseppe, uomo del quotidiano

San Giuseppe è anche il santo delle cose semplici: il lavoro, la famiglia, la casa. La sua santità non nasce da gesti straordinari, ma dalla fedeltà nelle piccole cose di ogni giorno.

È il santo che ci ricorda che la santità può abitare nella normalità della vita, nella dedizione silenziosa, nella responsabilità vissuta con amore. Per questo motivo è anche il patrono dei lavoratori e di tutte le famiglie che cercano ogni giorno di costruire il bene attraverso il lavoro e la cura reciproca.

Un augurio a tutti i papà

Nel giorno della festa di San Giuseppe il pensiero del Monastero di Santa Rita va a tutti i papà: a quelli che sono accanto ai loro figli ogni giorno, a quelli che affrontano difficoltà e fatiche, a quelli che custodiscono i loro figli anche da lontano.

San Giuseppe insegni a tutti la forza della tenerezza, la responsabilità dell’amore e la gioia di essere custodi della vita.

A Cascia l’elezione di Robert Francis Prevost è stata accolta con emozione: “Abbiamo un Papa in famiglia”, ha dichiarato la Badessa Maria Grazia Cossu. Un legame spirituale profondo unisce il nuovo Pontefice alla comunità agostiniana e al monastero della santa degli impossibili.

Quando la fumata bianca ha annunciato al mondo il nuovo Papa, a Cascia la notizia è stata accolta con una gioia particolare. Robert Francis Prevost, eletto con il nome di Leone XIV, appartiene infatti alla famiglia agostiniana, la stessa tradizione spirituale che anima il Monastero di Santa Rita da Cascia.

Per le monache è stato come vedere uno di casa arrivare alla guida della Chiesa universale. “È una doppia gioia – spiega la Badessa Madre Maria Grazia Cossu –: la Chiesa ha un nuovo successore alla cattedra di Pietro e questa guida arriva proprio dalla nostra famiglia spirituale. Ci piace pensare che questo pontificato inizi sotto la protezione della Madonna e di Santa Rita”.

Un legame che non è soltanto simbolico. Prevost conosce bene il monastero e la comunità di Cascia, che ha visitato più volte negli anni. L’ultima visita risale al 22 maggio 2024, quando era ancora Prefetto del Dicastero per i Vescovi. “Come Vescovo e Priore Generale dell’Ordine è sempre stato molto legato a noi – racconta la Badessa –. Abbiamo un Papa in famiglia e lo aspettiamo”.

Un pontificato nel segno della spiritualità agostiniana

Con Leone XIV arriva per la prima volta sul soglio pontificio un Papa profondamente radicato nella spiritualità agostiniana, fondata su interiorità, comunione e ricerca della verità.

Nel suo primo saluto all’inizio del ministero, il nuovo Pontefice ha scelto parole che sintetizzano il suo stile pastorale: “Vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo”.

Un’immagine che richiama la visione di Sant’Agostino, per il quale l’autorità nella Chiesa non è potere, ma servizio alla comunità. Nei suoi interventi pubblici il Papa ha più volte invitato a ritornare all’interiorità, cuore della tradizione agostiniana. Un cammino che parte dall’ascolto di sé per arrivare alla scoperta della verità: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore”.

Una Chiesa missionaria e vicina agli ultimi

L’interiorità, per Leone XIV, non è isolamento ma punto di partenza per la missione. Il nuovo Papa ha rilanciato con forza l’urgenza di una Chiesa evangelizzatrice, capace di raggiungere chi è più fragile.

Ha parlato della necessità di portare Cristo “nelle vene” dell’umanità, con particolare attenzione agli ultimi, ai poveri e ai sofferenti. Una prospettiva che richiama ancora la tradizione agostiniana: la fede non è solo riflessione, ma vita condivisa, carità concreta e testimonianza.

Al centro di tutto resta l’amore, inteso non come semplice osservanza di regole, ma come cammino di fraternità e servizio. Una visione che nasce dalla convinzione, profondamente agostiniana, che nessuno si salva da solo.

Una voce di pace

Fin dai primi interventi pubblici, Leone XIV ha indicato con chiarezza una delle priorità del suo pontificato: la pace.

Mai più la guerra”, ha ripetuto più volte, invitando la comunità internazionale a percorrere strade di dialogo e riconciliazione. È un appello che si inserisce nello stile spirituale di Sant’Agostino, consapevole delle fragilità dell’uomo ma convinto che la verità e la giustizia possano essere cercate insieme, nella comunità.

La speranza di Cascia

A Cascia questo pontificato è guardato con particolare affetto. Non solo per l’appartenenza del Papa all’Ordine agostiniano, ma perché il suo messaggio richiama da vicino il cammino spirituale di Santa Rita.Sant’Agostino scriveva: “Siamo fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

È la stessa inquietudine che anima la vita monastica e la testimonianza delle monache del monastero, custodi di una spiritualità fatta di preghiera, riconciliazione e pace. Per questo, a Cascia, l’elezione di Leone XIV è vissuta come un segno di speranza. Perché, come dicono con semplicità le monache: “Abbiamo un Papa in famiglia”.

E la storia del primo Pontefice agostiniano è appena cominciata.

Dal 12 al 15 marzo 2025, la Basilica di Santa Rita a Cascia accoglie i fedeli per le tradizionali Quarantore di adorazione eucaristica, un tempo intenso di preghiera, silenzio e contemplazione davanti al Santissimo Sacramento.

Le Quarantore rappresentano una delle più antiche e significative pratiche della spiritualità cristiana. Durante questo tempo speciale la comunità è invitata a sostare in adorazione davanti all’Eucaristia, riscoprendo la centralità della presenza di Cristo nella vita di ogni credente.

Un tempo di preghiera e di raccoglimento

L’adorazione eucaristica offre l’occasione di fermarsi, entrare nel silenzio del cuore e affidare al Signore le proprie intenzioni, le fatiche e le speranze. È un momento privilegiato per riscoprire la dimensione della preghiera personale e comunitaria, lasciandosi accompagnare dall’esempio di Santa Rita, che nella sua vita ha fatto dell’unione con Dio la fonte della sua forza e della sua speranza.

Durante questi giorni la Basilica rimarrà aperta ai pellegrini e ai fedeli che desiderano partecipare all’adorazione e dedicare un tempo alla preghiera davanti al Santissimo Sacramento.

Un invito alla comunità

Le Quarantore di adorazione eucaristica sono un invito rivolto a tutta la comunità: un tempo per rinnovare la fede, affidare a Dio le proprie intenzioni e camminare insieme nel segno della speranza.

In questo tempo di grazia, ciascuno è chiamato a ritagliarsi uno spazio di silenzio e di ascolto, per lasciarsi illuminare dalla presenza di Cristo e riscoprire la bellezza di una fede vissuta nella quotidianità. I fedeli, i pellegrini e tutti coloro che desiderano vivere un momento di preghiera sono invitati a partecipare.

Un gemellaggio che nasce da un legame speciale

Dal 13 al 18 marzo Cascia e Chicago saranno unite da un Gemellaggio di Fede che affonda le sue radici in un legame profondo e significativo. La scelta della città americana non è casuale: Chicago è la città natale di Papa Leone XIV, da sempre vicino alla spiritualità di Santa Rita e alle Monache di Cascia.

Il Santo Padre ha dimostrato negli anni una particolare attenzione verso la comunità ritiana: è stato infatti lui a dare il via libera alla nascita della Fondazione Santa Rita da Cascia e qualche anno fa, ha presieduto il Pontificale solenne nella Basilica di Santa Rita in occasione della festa della Santa. Proprio da questo profondo legame spirituale nasce il gemellaggio con Chicago, città che ospita una grande e viva comunità devota a Santa Rita.

L’accensione della Fiaccola della Pace e del Perdono

Cuore del gemellaggio sarà la Fiaccola della Pace e del Perdono, simbolo del messaggio universale di Santa Rita. La Fiaccola verrà accesa sabato 14 marzo a Chicago, durante i momenti centrali dell’incontro tra le due comunità unite dalla stessa devozione.

Da quel momento inizierà un viaggio simbolico che collegherà idealmente Chicago e Cascia, portando con sé il messaggio di pace, riconciliazione e speranza che Santa Rita continua a donare al mondo.

Da Chicago fino a Cascia

Dopo l’accensione negli Stati Uniti, la Fiaccola intraprenderà il suo cammino versol’Italia dove prima di fare ritorno a Cascia, verrà consegnata al Santo Padre.

Il suo arrivo nella città di Santa Rita accompagnerà le celebrazioni del 22 maggio, giorno della festa della Santa degli impossibili, momento che ogni anno richiama migliaia di devoti da tutto il mondo.

Un viaggio simbolico tra i luoghi del Papa

Il percorso della Fiaccola rappresenta anche un ponte spirituale tra i luoghi legati alla vita di Papa Leone XIV e la terra di Santa Rita. Questo cammino ideale rafforza ulteriormente il legame tra Cascia, la comunità ritiana di Chicago e la Chiesa universale, nel segno dei valori che Santa Rita ha incarnato con la sua vita: pace, perdono e riconciliazione

Durante il gemellaggio saranno condivisi i momenti più significativi di questo percorso, accompagnando i devoti nel viaggio simbolico della Fiaccola, dall’accensione a Chicago fino al suo ritorno a Cascia.

Dal perdono degli uccisori del marito alla possibilità di ricominciare: una scelta di fede, coraggio e libertà interiore

Al vertice e al cuore della forza d’amore che ha sostenuto e mosso le scelte coraggiose della nostra Rita, non possiamo non collocare un episodio in cui questa potenza “disarmata” si è manifestata in modo luminosissimo: il perdono degli uccisori di Paolo.

Nella vita di Rita il perdono degli assassini del marito risplende come azione di coraggio, di responsabilità e di libertà interiore al massimo grado. Per comprendere almeno in parte l’effetto dirompente e innovativo della decisione di questa donna, è utile ricordare come, all’epoca, le vendette familiari generassero lunghe e crudeli faide. Alcuni testi del tempo raccomandavano addirittura agli assassini di eliminare anche i figli maschi dell’ucciso, per cancellarne definitivamente il nome dalla memoria. Questa orrenda scia di sangue alimentava faide interminabili e violente.

Rita era perfettamente consapevole del gravissimo pericolo che incombeva sui suoi due figli: non solo il rischio di perdere la vita, ma soprattutto quello di entrare nella catena dell’odio e della vendetta. Lucidamente, questa donna saggia e concreta vedeva davanti a sé due possibili esiti: che i figli si macchiassero di omicidio oppure che ne diventassero vittime.

Il perdono come scelta di fede

Certamente nel suo cuore risuonavano le ultime parole di Paolo, il marito ferito a morte dalle pugnalate, che prima di morire aveva perdonato i suoi avversari. Rita ricordava questo gesto ai figli insieme all’esempio supremo di Cristo sulla croce, che perdona i suoi crocifissori. Probabilmente li invitava a pregare il Padre Nostro, ricordando loro che Dio rimette i nostri debiti nella misura in cui anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Il modello di questo perdono è lo stesso indicato dal Vangelo. Gesù, morente sulla croce, prega il Padre di perdonare coloro che lo hanno crocifisso. Questo miracolo del perdono diventa la via indicata al cristiano quando un rapporto si spezza e sembra impossibile ricominciare. Proprio guardando a Gesù crocifisso, Rita comprese che il perdono è la via per ricominciare un rapporto spezzato. È una scelta difficile, ma capace di riportare vita là dove sembrano regnare soltanto la violenza e il lutto. Grazie alla sua fede cristiana, Rita capì che il perdono aiuta a vivere l’amore tra di noi anche quando può essere soltanto donato gratuitamente.

Pregando Gesù crocifisso, lo donò come aveva fatto Cristo: per aiutare a ricominciare a respirare vita nella sua famiglia, lasciando cadere i semi di morte che portano soltanto lutto.

Una donna che spezza la spirale della violenza

L’insegnamento dei suoi genitori, chiamati “pacificatori di Gesù Cristo”, aveva formato in Rita un forte senso di responsabilità civile e di attenzione alla convivenza umana. In tempi segnati dalla violenza, e sola senza l’appoggio della famiglia del marito, ella scelse la via più difficile: la riconciliazione tra le famiglie.

Secondo gli statuti di Cascia del 1387, Rita testimoniò pubblicamente il suo perdono: alla presenza di testimoni baciò gli assassini del marito, concedendo loro il perdono. La sua preghiera fu accolta e i suoi figli morirono probabilmente per cause naturali, senza macchiare le loro anime del sangue della vendetta.

Quella di Rita fu una scelta radicale. Una madre che non solo rifiuta la vendetta, ma spezza con coraggio la spirale della violenza, che la società del tempo considerava quasi un dovere d’onore.

Il perdono per ricominciare

La fede in Gesù Cristo aiutò santa Rita a portare amore nella vita e a proteggerla da ogni aggressione distruttiva. La sua esperienza diventa ancora oggi un esempio per chi si trova davanti al dolore e alla difficoltà del perdono. La rivoluzione dell’amore e del perdono che Rita ha vissuto non appartiene solo al passato. È un messaggio ancora attuale: scegliere la pace quando tutto spingerebbe alla vendetta e credere che il perdono possa davvero cambiare la storia delle persone, delle famiglie e delle comunità.

di Padre Vittorino Grossi e Suor Elisabetta Tarchi

È attivo il bando: candidature entro l’8 aprile 2026

È ufficialmente aperto il Bando per il Servizio Civile Universale 2026.
I giovani interessati potranno presentare la propria candidatura entro l’8 aprile 2026 esclusivamente attraverso la piattaforma online DOL – Domanda On Line.

👉 La domanda può essere presentata solo tramite il sito ufficiale:
https://domandaonline.serviziocivile.it/

Il Monastero di Santa Rita delle Agostiniane di Cascia partecipa al programma come ente di accoglienza e mette a disposizione 2 posti per operatori volontari presso la sede di Cascia.

Il progetto: “Spirito in Movimento”

Il Monastero aderisce al progetto “Spirito in Movimento”  che ha una durata di 12 mesi e si colloca nell’ambito della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, religioso e turistico, con un obiettivo chiaro: promuovere un modello di turismo consapevole, inclusivo e sostenibile.

Attraverso questo percorso, i volontari contribuiranno a:

  • Potenziare lo Sportello Informativo sul Turismo
  • Valorizzare i luoghi religiosi e culturali
  • Promuovere percorsi spirituali e visite guidate inclusive
  • Favorire la fruibilità accessibile del patrimonio locale
  • Rafforzare l’identità culturale e la memoria storica del territorio

Il progetto si inserisce in una visione più ampia che considera la cultura non solo come conservazione del passato, ma come strumento di inclusione sociale, partecipazione attiva e sviluppo sostenibile.

Cosa faranno i volontari a Cascia

I due giovani selezionati saranno coinvolti principalmente nelle attività legate allo Sportello Informativo sul Turismo, tra cui:

  • Accoglienza e orientamento di turisti e pellegrini
  • Raccolta e organizzazione di informazioni sui servizi territoriali
  • Creazione di materiale divulgativo e brochure
  • Supporto nella gestione dei canali social
  • Collaborazione nella realizzazione di contenuti digitali
  • Promozione delle attrattive religiose e culturali locali

Al termine del servizio verrà rilasciata un’attestazione delle competenze acquisite, utile per arricchire il curriculum vitae.

Chi può candidarsi

Il Servizio Civile è rivolto ai giovani che desiderano vivere un’esperienza formativa e di crescita personale, mettendosi al servizio della comunità.

Si tratta di un’opportunità concreta per:

  • Acquisire competenze organizzative e comunicative
  • Lavorare in un contesto culturale e spirituale
  • Contribuire alla promozione del territorio
  • Sviluppare capacità relazionali e progettuali

Come presentare domanda

La candidatura deve essere presentata esclusivamente online attraverso la piattaforma DOL – Domanda On Line:

https://domandaonline.serviziocivile.it/

Scadenza: 8 aprile 2026

Contatti per informazioni

Per chiarimenti o supporto nella candidatura è possibile contattare:

Responsabile del Servizio Civile
Violanda Lleshaj
Tel. 338 5752399

Sede: Cascia – Via Sr. Maria Teresa Fasce 8
Presso l’Alveare di Santa Rita

Orari: dal lunedì al venerdì, 9.00 – 12.00

Il Servizio Civile al Monastero di Santa Rita rappresenta un’occasione per vivere un anno di impegno, responsabilità e crescita, contribuendo alla valorizzazione di un territorio ricco di fede, cultura e storia.

All’inizio del Novecento, mentre l’Italia era segnata da povertà diffusa, analfabetismo e profonde disuguaglianze sociali, due donne seppero guardare lontano, controcorrente, credendo in ciò che molti ignoravano: il valore dei bambini e il potere dell’educazione come strumento di riscatto.

Madre Maria Teresa Fasce, a Cascia, e Maria Montessori, dapprima nelle periferie urbane e poi nel mondo, operarono in contesti differenti e con strumenti diversi. Eppure furono unite da una stessa intuizione: educare non significa solo istruire, ma restituire dignità, libertà e futuro.

L’Alveare di Santa Rita: una casa, una comunità, un orizzonte

Quando Madre Fasce dà vita all’Alveare di Santa Rita, non crea semplicemente una scuola o un’opera assistenziale. Costruisce un luogo di vita, pensato per accogliere bambine e bambini segnati da povertà, abbandono e perdita, offrendo loro non solo istruzione, ma stabilità, relazioni, regole vissute come cura.

Come in un alveare, ciascuno trova il proprio posto e il proprio tempo per crescere. Si studia, si lavora, si prega. È un’educazione che coinvolge mente, mani e cuore, radicata in una profonda spiritualità agostiniana e nella convinzione che ogni bambino sia portatore di un valore unico e irripetibile. L’Alveare diventa così spazio di protezione e laboratorio di futuro, dove l’appartenenza a una comunità restituisce fiducia e possibilità.

Il metodo Montessori: libertà, fiducia, responsabilità

Negli stessi anni, Maria Montessori osserva i bambini con uno sguardo insieme scientifico e profondamente umano. Giunge a una conclusione rivoluzionaria per l’epoca: il bambino è una persona competente, non un contenitore vuoto da riempire.

Nelle sue Case dei Bambini, nate anch’esse in contesti di marginalità sociale, dimostra che fiducia e libertà responsabilesono le condizioni fondamentali per un autentico apprendimento.

Nel suo libro Il segreto dell’infanzia (1936) scrive: «Il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire: i bambini ora lavorano come se io non esistessi». Un pensiero che ribalta il modello educativo tradizionale e affida al bambino protagonismo, autonomia e dignità.

Due radici, un solo coraggio

Due percorsi differenti: uno radicato nella spiritualità e nell’esperienza comunitaria; l’altro fondato sull’osservazione scientifica e sulla sperimentazione pedagogica. Ma un unico, grande coraggio: credere nei bambini quando farlo significava sfidare pregiudizi, rigidità e modelli educativi consolidati.

Madre Fasce e Maria Montessori, ciascuna a modo proprio, hanno affermato con forza che l’infanzia non è un tempo da colmare, ma uno spazio da rispettare e accompagnare.

Un’eredità che parla al presente

A più di un secolo di distanza, l’Alveare di Santa Rita e il pensiero montessoriano continuano a parlarci con sorprendente attualità. In un tempo in cui nuove fragilità attraversano l’infanzia, il loro messaggio resta chiaro:le vere rivoluzioni nascono spesso nel silenzio. educare, oggi come allora, significa liberare.

“Quando veneriamo i santi, facciamo i nostri interessi”

Scrive San Bernardo di Clairvaux nella festa di Tutti i Santi:

«A che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro».

Parole forti, che ci aiutano a comprendere una verità fondamentale: i santi non hanno bisogno di noi, mentre noi abbiamo bisogno di loro. Non perché possano sostituirsi a Dio, ma perché ci indicano la strada che conduce a Lui.

Chi è davvero un santo?

Che cosa abbiamo in comune noi con persone vissute tanti secoli fa, in condizioni storiche, politiche e sociali completamente diverse dalle nostre?

Per rispondere, occorre chiarire chi è un santo.

Un santo è colui che segue fino in fondo il Signore Gesù, ne osserva i comandamenti e vive della sua Parola. È una persona che modella la propria esistenza sugli esempi di Cristo e testimonia ogni giorno la fede. Il Vangelo lo descrive come “una lucerna posta sul moggio”, come “una città posta sul monte” (cfr. Mt 5,14-15): qualcuno che illumina, che orienta, che indica una direzione.

I santi sono persone umane come noi. Peccatori come noi. La differenza è che sanno di esserlo, si mettono davanti a Dio con umiltà e si affidano totalmente a Lui. E i santi non sono soltanto quelli che già si trovano nella gloria del Paradiso. Sono anche coloro che camminano accanto a noi, che cadono come noi, ma che trovano la forza di rialzarsi grazie alla fede e a una fiducia incondizionata in Dio.

Possiamo imitare i santi?

Sorge spontanea una domanda: possiamo davvero imitare persone vissute in epoche così lontane e con mentalità diverse dalla nostra? Non possiamo imitare tutto delle loro vite. Anche di Santa Rita da Cascia, almeno per quel poco che conosciamo storicamente, non possiamo riprodurre ogni gesto o scelta, perché appartengono al contesto culturale del suo tempo.

Allora, in che cosa dobbiamo imitarla? Non nei dettagli esteriori della sua esistenza, ma nel modo in cui ha vissuto la fede. Nella sua adesione totale a Cristo Crocifisso e Risorto. Nella sua capacità di applicare quotidianamente la Parola di Dio, anche nelle azioni più semplici e nascoste.

Ciò che conta è riconoscere l’opera di Dio in Santa Rita e la sua risposta generosa. Al di là dei fatti storici, rimane il cuore della sua testimonianza: una vita consegnata senza riserve al Signore.

L’opera dei santi continua

Il compito dei santi non si è concluso con la fine della loro vita terrena. Ora che sono nella gloria di Dio, svolgono una missione grande e silenziosa: l’intercessione continua in nostro favore. Come ricorda ancora San Bernardo, quando li onoriamo lo facciamo per il nostro bene. Loro possiedono già tutto, perché possiedono Dio.

Sono amici, avvocati, fratelli maggiori che hanno attraversato le stesse prove umane che noi viviamo oggi. Conoscono le nostre difficoltà, le nostre ferite, le nostre paure. Per questo intercedono per noi, chiedendo a Dio le grazie necessarie per il nostro cammino.

È importante, però, non confondere: i santi non sono dèi. Non agiscono da soli. Solo Dio concede le grazie e compie i miracoli.vSanta Rita è conosciuta come la “santa degli impossibili”, ma è Dio che opera tutto. Lei intercede, prega, accompagna. Il termine ultimo di ogni nostra preghiera è sempre il Signore.

Una strada da percorrere insieme

Venerare i santi significa allora lasciarsi illuminare dalla loro testimonianza, lasciarsi incoraggiare dalla loro fedeltà e sostenere dalla loro intercessione.

Perché la santità non appartiene solo al passato. È una chiamata viva, che attraversa i secoli e raggiunge ciascuno di noi, oggi.

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