Un cammino che nasce dall’amore
Cari devoti di Santa Rita, con il mese di febbraio prende avvio la pia pratica dei 15 giovedì di Santa Rita, un itinerario spirituale che accompagna i fedeli verso la Pasqua entrando, passo dopo passo, nel mistero dell’amore di Dio per l’umanità.
È un cammino che non passa anzitutto dalla teoria o dall’astrazione, ma dal cuore: dall’esperienza concreta di un Dio che ama, che si fa vicino e che, inviando il Figlio, insegna a trasformare il dolore in speranza.
Come accadde a Santa Rita, questo amore diventa la forza per affrontare le “difficili questioni” della vita, soprattutto quelle che nascono dentro le relazioni: la famiglia, i conflitti, le ferite che sembrano insanabili.
La rosa e la spina: simboli di una fede incarnata
La devozione a Santa Rita, diffusa in ogni parte del mondo, è accompagnata da una ricca simbologia che parla direttamente alla vita umana. La spina e la rosa, inseparabili, raccontano un’esistenza segnata dalla sofferenza ma anche dalla fiducia ostinata nel bene possibile.
Non a caso la letteratura spirituale presenta Rita come “la rosa che non appassisce mai”, la “Santa dei casi impossibili”, una storia fatta di amore e sangue, di vendetta e perdono. Come Padre Pio in tempi più recenti, Rita è percepita come una santa “vicina”, cercata soprattutto da chi vive drammi familiari profondi. Un dato confermato anche da ricerche sulla religiosità popolare, che la indicano tra i santi più invocati dagli italiani.
Un cuore formato alla compassione
Di Santa Rita non ci è rimasta alcuna parola scritta. Eppure, la sua spiritualità emerge con chiarezza dal contesto storico, sociale e religioso in cui visse e dalle immagini che la raffigurano. Nell’iconografia più antica, Rita indica la spina ricevuta dal Crocifisso, segno di una partecipazione intima alla passione di Cristo.
Quella spina non è solo sofferenza: è trasformazione del dolore in perdono. È da lì che nasce la capacità di Rita di farsi paciera tra la propria famiglia e quella degli uccisori del marito, in un tempo segnato da violenze, faide e tensioni politiche. In un contesto complesso come quello della Cascia tardo-medievale, Rita diventa testimonianza vivente di una fede che non fugge la storia, ma la attraversa.
La devozione all’umanità di Cristo
Al cuore della spiritualità di Santa Rita c’è la devozione all’umanità di Cristo, molto diffusa nel Medioevo e predicata dagli Ordini mendicanti. Rita apprende questa forma di fede concreta e incarnata frequentando la Chiesa di Sant’Agostino a Cascia, dove era stata battezzata e dove cresce in ascolto della predicazione agostiniana.
Qui si impara a guardare Gesù come uomo, a contemplarne la vita, la passione, le emozioni, e a farne specchio della propria esistenza. Non stupisce che Santa Rita sia sempre raffigurata in ginocchio davanti al Crocifisso: la sua è una fede che passa attraverso lo sguardo, l’affetto, la partecipazione interiore.
Teologia affettiva: il primato del cuore
Questa devozione non è solo pratica popolare: diventa anche riflessione teologica, soprattutto nella tradizione agostiniana. È ciò che viene chiamato teologia affettiva o “teologia del cuore”, sviluppata da figure come il beato Simone Fidati da Cascia, che non separa la teologia dalla devozione, ma le tiene unite.
La teologia affettiva pone il cuore prima della pura razionalità: conoscere Dio significa amarlo, e amarlo significa imitarlo. Studiare Cristo e pregare Cristo diventano un unico atto, accessibile anche ai semplici, perché radicato nell’esperienza.
Santa Rita incarna perfettamente questo stile spirituale: la sua stigmatizzazione non la colloca rigidamente in una scuola mistica, ma la rende testimone di un cammino cristiforme, in cui l’uomo e Cristo si vengono incontro reciprocamente.
L’“occhio del cuore” e la misericordia
Sant’Agostino parla dell’“occhio del cuore” come della facoltà interiore capace di riconoscere Dio e l’altro. Il cuore, per lui, è il luogo in cui si incontrano libertà umana e grazia divina, ed è anche il luogo della decisione etica.
In questa visione, la misericordia non è pietismo, ma forza trasformante: significa lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro fino a bruciare il male e riconoscere il bene che resta. È ciò che Santa Rita visse in prima persona, superando rancori, vendette e chiusure interiori.
Un messaggio vivo per oggi
Percorrendo i 15 giovedì di Santa Rita, i devoti non compiono solo un gesto di pietà, ma sono invitati a riscoprire una spiritualità del cuore, capace di parlare ancora oggi alle ferite familiari, alle solitudini, ai conflitti irrisolti.
Santa Rita continua a indicare una via possibile: quella della misericordia che nasce dall’amore vissuto, di una fede che non nega il dolore ma lo attraversa, lasciandolo trasformare dall’incontro con Cristo. È questa, in fondo, la lezione più profonda della teologia affettiva: solo ciò che passa dal cuore può davvero cambiare la vita.
Padre Vittorino Grossi e Suor Elisabetta Tarchi