Di cosa abbiamo davvero bisogno?
Nel cammino dedicato alle “scelte difficili”, oggi lasciamoci attraversare da una domanda che non ammette superficialità: di cosa abbiamo davvero bisogno?
Sembra un interrogativo semplice, eppure nel nostro tempo è diventato radicale. Viviamo immersi in una cultura che trasforma i desideri in urgenze e le possibilità in necessità. Ci viene continuamente suggerito che, per essere felici, dobbiamo aggiungere qualcosa: un oggetto, un traguardo, un’esperienza. E così, senza accorgercene, rischiamo di riempire la nostra vita di molto… e il nostro cuore di poco.
L’essenziale si fa confuso. La linea tra ciò che serve e ciò che seduce diventa sempre più sottile. E mentre accumuliamo, possiamo smarrire noi stessi.
Quando l’essenziale era una condizione di vita
Al tempo di Santa Rita, nella sua terra rocciosa e priva di grandi risorse, ridurre i bisogni non era una scelta spirituale consapevole, ma una realtà quotidiana. Non ci si poneva neppure la questione. Si viveva con ciò che c’era. E si ringraziava Dio perché dalle Sue mani veniva concesso quello, e solo quello, di cui si aveva veramente bisogno.In quel contesto di povertà concreta maturava una sapienza profonda: la consapevolezza che il cuore umano non trova pace nell’accumulare, ma nel riconoscere il dono ricevuto.
Oggi, invece, nel nostro Occidente segnato dall’eccesso — di cibo, di proposte, di oggetti — l’essenzialità è diventata una scelta difficile, talvolta persino ostacolata. Siamo immersi in una cultura che moltiplica artificialmente i desideri. E mentre la povertà cresce anche nelle nostre città, ci angustiamo per avere l’ultimo modello di smartphone, per riempire armadi e scarpiere di ciò che forse non utilizzeremo mai. Lo facciamo perché è un’occasione, perché è di tendenza, perché desideriamo essere visti. Ma tutto questo non colma il cuore.
La libertà interiore di Santa Rita
La vita di Santa Rita — figlia, moglie, madre, vedova e poi monaca — è stata attraversata da prove profonde. In ogni stagione della sua esistenza, tuttavia, ha custodito uno sguardo limpido su ciò che contava davvero. Non ha lasciato che il dolore, né le circostanze, la distogliessero dall’essenziale: la fiducia in Dio. Proprio questa fedeltà le ha permesso di affrontare scelte difficili senza perdere la propria autenticità. La sua non è stata una vita straordinaria per l’abbondanza di mezzi, ma per la radicalità dell’amore e per la capacità di distinguere ciò che era necessario da ciò che era superfluo.
La tradizione agostiniana, alla quale Rita appartiene, esprime questa sapienza con parole che restano attualissime: «È meglio avere meno bisogni che più cose», scriveva nella Regola Santo Padre Agostino. Non si tratta di un invito alla privazione fine a se stessa, ma di una liberazione dal bisogno inteso come dipendenza. È una libertà diversa da quella promessa dal consumismo: non la libertà di possedere tutto, ma quella di non essere posseduti da nulla.
Ritrovare l’essenziale nel nostro tempo
Oggi la linea di separazione tra bisogni reali e bisogni indotti è più frammentata e ambigua di quanto non fosse al tempo di Rita. Proprio per questo siamo chiamati a un discernimento più attento. L’essenzialità non è automatica: è una scelta consapevole, quotidiana, talvolta faticosa.
Nel silenzio e nella preghiera il cuore può ritrovare chiarezza. Possiamo tornare a chiederci se ciò che desideriamo ci rende davvero più liberi, più capaci di amare, più autentici. Possiamo avere il coraggio di lasciare il superfluo quando questo ci allontana dalla pace. Santa Rita, la Santa delle scelte difficili, ci accompagna proprio qui: nel coraggio di fare verità dentro di noi. Non ci propone una vita più povera, ma una vita più libera. Non un elenco di rinunce, ma uno sguardo capace di riconoscere ciò che conta davvero.
E allora la domanda torna, più essenziale che mai, davanti alla nostra coscienza: di cosa abbiamo davvero bisogno?Perché solo quando il cuore impara a desiderare ciò che è necessario, ritrova la sua autenticità — e la libertà di amare.
Padre Vittorino Grossi e Suor Elisabetta Tarchi