Ascolto e tempo: vie per accogliere figli fragili.
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“Cercando Federico, ho trovato Dio”: la storia di Elisabetta
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La riconciliazione ci dona la gioia di una vita nuova: 11° Giovedì di Santa Rita
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Le celebrazioni della Settimana Santa 2025 alla Basilica di Santa Rita
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Guardiamo i nostri fratelli migranti con gli occhi di Gesù: 10° Giovedì di Santa Rita
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La speranza che rinasce dalla Croce
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Fare del bene a chi soffre fa bene anche a noi: 9° Giovedì di Santa Rita
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Festa di Santa Rita 2025: sosteniamo i più fragili e i ragazzi con il disturbo dello spettro autistico
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Dal 1 aprile i nuovi orari del Santuario di Santa Rita da Cascia
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Sostenere i più deboli con la speranza: 8° Giovedì di Santa Rita
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Un messaggio di speranza, forte, fatto di fiducia in sé stessi, tempo, ascolto, ricerca di senso,per poter ricostruire un dialogo autentico con i propri figli. È quello che emerge dalla chiacchierata con il professor Dino Mazzei, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di Terapia Familiare di Siena, il quale invita così i genitori a superare le difficoltà che sempre di più si manifestano nel rapporto con figli in condizioni di fragilità. Situazioni che portano a un doloroso distacco emotivo, quella “perdita” silenziosa che si consuma giorno dopo giorno. E che si esprime spesso attraverso varie forme di dipendenza (da social, sostanze, gioco), autolesionismo o isolamento sociale.
Genitori fragili, figli fragili
“La fragilità dei figli riflette quella dei genitori, e non viceversa”, specifica Mazzei “e per risolverla non esistono formule magiche, soluzioni facili”, aggiunge. La nostra società è sempre più complessa, con punti di riferimento incerti. In particolare, il ruolo della donna è molto cambiato. Da un lato, questo le ha permesso di realizzarsi. Dall’altro, ha meno tempo da dedicare ai figli, come già accade alla figura paterna. Secondo Mazzei, “per compensare questa assenza, i genitori ‘saturano’ i pochi momenti condivisi e trasformano la vicinanza emotiva in controllo ansioso, invece di sintonizzarsi sui bisogni dei figli”.
Il ruolo dei “no” e l’impatto dei social
Un nodo cruciale è la difficoltà di dire ‘no’. “Molti genitori, spinti dal bisogno di essere riconosciuti come ‘buoni’, evitano di porre limiti, mentre i ‘no’ sono fondamentali. I figli devono sperimentare la frustrazione connessa al limite, base di desiderio e motivazione”. E poi c’è l’impatto dei social network, che accrescono ansie e frustrazioni: “L’eccesso di investimento genitoriale sui figli e le aspettative di successo e popolarità si scontrano con i cambiamenti dell’età, aumentando il rischio di crollo psicologico. I social amplificano l’intolleranza alle frustrazioni, con il meccanismo del ‘mi piace’, mentre la pandemia ha aggravato le difficoltà relazionali”.
Impariamo ad ascoltare
Come affrontare il disagio?“I giovani vivono un’ansia generalizzata nella costruzione della propria identità, con genitori che non garantiscono stabilità, spesso in famiglie allargate che fanno fatica a essere un porto sicuro, e pressioni dalla società dei consumi”, sintetizza Mazzei. “Isolamento, dipendenze, autolesionismo possono essere le conseguenze di questo disagio. Il rischio è cercare subito una diagnosi medica, un’etichetta che patologizza e deresponsabilizza i genitori, impedendo la ricerca di senso. Ogni sintomo è invece una comunicazione da comprendere, nel contesto familiare, allargando il campo di osservazione e, nei casi in cui sia necessario un percorso psicoterapeutico, deve coinvolgere l’intera famiglia”.
Ritrovare la fiducia
C’è speranza? “Assolutamente sì. I genitori devono ritrovare fiducia nelle proprie competenze relazionali e intuizioni, comprendendo la propria esperienza come figli, per deve distinguere i propri bisogni passati da quelli attuali dei figli”.
Come in ogni cammino pasquale, la rinascita passa attraverso l’accettazione e la sofferenza redentrice: “Serve tempo per stare accanto ai nostri figli, contenendo e accettando le loro fragilità: questa è la chiave per ricostruire un rapporto autentico. Solo così la vulnerabilità diventa opportunità di crescita condivisa”, conclude Mazzei.
“Volevo che la terra mi ingoiasse”: descrive con queste parole Elisabetta Forlenza, da Torrevecchia Pia in provincia di Pavia, il dolore, la rabbia, la disperazione, il senso di impotenza che vive quando perde suo figlio. Federico, un ragazzo spensierato, di neanche 16 anni, uscito di casa con il suo motorino e travolto da un’auto guidata da un ubriaco. Un abisso fatto di tanta gente che provava a dare conforto ma che a Elisabetta sembrava solo ricordare l’assenza del figlio e che la rassegnazione fosse l’unica soluzione.
E invece Elisabetta ha lottato. “Nessuno può immaginare il vuoto che si sperimenta a non vedere più un figlio, ab- bracciarlo, sentirne la voce, condividere momenti, ma sentivo una voce che mi diceva«Cercalo tuo figlio»”.Così, nel buio più profondo, Elisabetta ha cominciato a leggere la Bibbia, a conoscere la vita dei santi, a cercare risposte nelle parole di chi aveva attraversato il dolore prima di lei. “Quando leggevo questi libri mi dicevo che non potevano essere tutti pazzi questi santi a donare la vita per un Dio invisibile”.
Le strade possono essere due
È stato un cammino di resurrezione, non immediato, non facile, ma necessario. Elisabetta ha compreso che chi si abbandona solo alla sofferenza rischia di perdere sé stesso, mentre chi sceglie di affidarsi a Dio tro-va una nuova luce. E lo dice anche alle altre mamme che vivono il suo stesso dolore. “Le strade sono due: una vita di disperazione, in cui ti mantieni in piedi con le terapie, per dimenticare, per cancellare; o la ricerca della verità, chiedersi se questo figlio sia veramente scomparso, dove lo posso trovare. Perché rischiare di rimanere prigioniera del dolore quando c’è un Dio che ci ha detto che risorgeremo? Perché nonfare un tentativo? Cercando Federico, io ho trovato Dio e alcune risposte”.
L’incontro con Santa Rita
In questo percorso di rinascita, l’incontro con un padre agostiniano fa conoscere ad Elisabetta anche Santa Rita, una donna che ha affrontato il dolore e lo ha trasformato in amore; una donna di cui Elisabetta apprezza il coraggio avuto nel non lasciarsi abbattere dalle tragedie ma nell’offrirsi tutta a Dio, trovando nella preghiera la forza per andare avanti. “Santa Rita aveva capito che solo Lui poteva darle la pace, non c’erano altre strade”.
La rinascita e la scoperta della preghiera
Oggi, dopo quattordici anni, la famiglia di Elisabetta è rinata. Nella sua casa si prega ogni giorno, suo figlio Giuseppe ha ritrovato la fede e la Messa domenicale è diventata un appuntamento imprescindibile. La recita del rosario scandisce le sue settimane, come un dialogo costante con Dio e con Federico. La preghiera è diventata il ponte tra la terra e il cielo, il filo invisibile che tiene uniti madre e figlio, testimoniando che la resurrezione è un cammino quotidiano. “Non si tratta di dimenticare il dolore, ma di trasformarlo, di offrirlo, di trovare un senso più grande. Oggi vado incontro a Dio con il pensiero di offrirgli il mio amore. Sono in pace, riconoscente per tutte le volte che mi ha aiutato”.
Elisabetta oggi non ha più paura di cadere nel dolore, nella disperazione, perché sa che la vita non finisce qui. “Dio è risorto; noi risorgeremo e riabbracceremo i nostri figli: questa è la speranza che bisogna coltivare giorno dopo giorno”. Federico non è solo un’assenza, ma una presenza viva, che si manifesta quotidianamente nella fede, nella preghiera, nell’attesa di un nuovo abbraccio.
Nell’ 11° Giovedì di Santa Rita riflettiamo sul dono della Riconciliazione con le parole delle monache di Cascia e dell’agostiniano Padre Pasquale Cormio.
Il Giubileo favorisce la Riconciliazione
Il tema della riconciliazione va compreso alla luce del peccato dell’uomo, che rappresenta sempre una rottura dell’alleanza che Dio si attende dai suoi figli, con conseguenze negative che si ritrovano nelle relazioni fraterne e nel rapporto con le realtà del creato. Il peccato non è mai solo una scelta sbagliata del peccatore, ma ha una incidenza nella sfera religiosa ed umana, nella giustizia sociale e nel bene del creato.
Proprio perché si origina una frattura, occorre recuperare il valore della unità e della comunione: in questo modo emerge il senso della riconciliazione, che significa rimettere Dio al centro della propria esistenza, muovendosi verso di Lui e riconoscendone il primato, e alla luce di questo primato stimare il valore secondario di tutti gli altri beni terreni.
San Paolo, nella seconda lettera indirizzata alla comunità di Corinto, svela che è proprio di Dio il desiderio di riconciliarsi con il popolo:
“Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” .
(2Cor 5,20)
Nella morte in croce del suo Figlio Gesù Cristo, Dio Padre ci ha dato la prova suprema del suo amore, riconciliandoci in Cristo con sé. Anche noi, nonostante gli errori che ci scoraggiano o le false certezze che ci illudono, possiamo lasciare che la misericordia di Dio guarisca il nostro cuore e ci renda finalmente liberi di condividere questo tesoro con gli altri.
La Riconciliazione è un dono di Dio
Siamo portati a pensare che la riconciliazione dipenda solo da noi: in parte è vero, ma prima di tutto è un dono di Dio. Dio ha mandato suo Figlio nel mondo per farci il dono della riconciliazione.Cristo, attraverso il suo sacrificio sulla croce, segno dell’amore infinito del Padre per ciascuno di noi, ha riconciliato il mondo a sé, non imputando a noi i nostri peccati.
Alla luce di questo, se vogliamo accogliere questo dono, possiamo essere ogni giorno creature nuove, non più schiave del peccato e delle passioni della carne che ci portano lontano dalla nostra autentica umanità. Vivere riconciliati con Lui in un atteggiamento di fiducia e di gioia continua, perché ci sentiamo amati e non giudicati, perché gustiamo questo amore nelle piccole cose che ci circondano, nella bellezza della natura, nelle persone che incontriamo, nelle varie difficoltà, perché anche lì, sperimentiamo la sua presenza e il suo costante aiuto. La nostra amata Santa Rita ha sempre desiderato e ricercato la riconciliazione e l’ha accolta divenendo donna di pace e di amore sempre, anche nelle prove più dure.
Abbiamo l’opportunità di una vita nuova
Dio chiede a ciascuno di noi di porre fine a lotte e contese a partire da noi stessi, perché la mentalità della “riconciliazione” possa estendersi, come per cerchi concentrici, prima a livello domestico e familiare, poi tra popoli, culture e religioni, spingendo ogni persona a fare un passo verso l’altro, superando le tensioni e cercando di costruire una comunità più giusta e pacifica. È un invito a riflettere sulla necessità di curare le relazioni, di perdonare chi ci ha offeso e di cercare un’armonia che venga da Dio.
Il dono della riconciliazione, quest’anno ci viene donato in modo particolare attraverso il Giubileo che stiamo vivendo. Non lasciamo cadere questa opportunità che può trasformare la nostra vita, liberando il nostro cuore appesantito da tante zavorre. Lasciamo che l’amore di Dio ci avvolga. Fermiamoci e rileggiamo la nostra vita.
In questo tempo di grazia del Giubileo prepariamoci e impegniamoci a ricevere il sacramento della Riconciliazione, come evento di grazia e di vita nuova in Cristo.
Siamo giunti alla 10° tappa del percorso dei 15 Giovedì di Santa Rita a cura delle monachedel Monastero Santa Rita da Cascia e dell’agostiniano Padre Pasquale Cormio, che in quest’anno giubilare, sono incentrate sul Portare la Speranza insieme a Santa Rita!
5° seme della Speranza verso i migranti
In questo Anno Santo, siamo chiamati, su invito di papa Francesco, a offrire segni di speranza verso i migranti. Non possiamo trascurare un fenomeno strutturale e massiccio del nostro tempo: le migrazioni di migliaia di esseri umani, sia interne che internazionali, forzate o volontarie, legali o irregolari, quelle dovute alle guerre, alla fame, alle violenze e alla discriminazione religiosa. È una questione che solleva in Europa reazioni contrastanti, quasi sempre di opposizione e di chiusura, alimentando pregiudizi che sono in netto contrasto con l’idea di un Giubileo che vuole essere manifestazione di un’accoglienza verso chi è nel bisogno. Di certo un’accoglienza che deve essere responsabile, regolarizzata da un punto di vista amministrativo e a sostegno della dignità umana e dei diritti di chi lascia il proprio Paese per estrema necessità. Ma la speranza che essi nutrono è più forte della paura, è una speranza oltre ogni speranza, è una questione di vita nuova.
Cosa dice il Vangelo
Il Vangelo ci sollecita a misurarci con il comandamento dell’amore fraterno, che si estende universalmente, fino ad includere lo straniero. Gesù stesso si identifica con gli ultimi, attribuendo in questo modo statuto divino agli emarginati e agli esuli:
“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo… perché ero straniero e mi avete accolto”
Mt 25, 34-35
Accogliere migranti, profughi e rifugiati non è, pertanto, un gesto esclusivamente di filantropia, ma un atto di fede che dovrebbe contraddistinguere i cristiani. In un mondo iperconnesso, non è possibile creare disconnessioni alzando muri e barriere tra generazioni e popoli. Bisogna avere il coraggio di costruire ponti, di accogliere e integrare.
La comunità dei credenti deve purificare il proprio cuore da pregiudizi o chiusure ideologiche: i migranti non sono solo un problema né una questione di numeri da spartire tra i Paesi; essi possono costituire una risorsa umana, se si assicura loro il rispetto e il diritto alla felicità, e si offrono, oltre i soccorsi materiali, anche ascolto e integrazione. Ciascuno di noi può crescere nella stima reciproca e nella fratellanza, guarire dal virus della diffidenza e della paura verso coloro che sono diversi culturalmente e religiosamente.
C’è bisogno di una conversione missionaria
Offrire segni di speranza nel vasto mondo delle migrazioni, richiede da parte della Chiesa una conversione missionaria che la renda sempre di più una Chiesa in uscita e senza frontiere. Il Papa ricorda che la missione dei credenti: difendere il diritto dei più deboli, perché a nessuno venga mai a mancare la speranza di una vita migliore.
Non ci resta, allora, che imparare a guardare i nostri fratelli e sorelle migranti con gli occhi di Cristo, non come nemici o come una minaccia perché vengono a privarci di qualcosa o a colonizzare le nostre terre; ma come partecipi, insieme a noi, della fraternità universale.
La perdita di un figlio è un dolore che squarcia l’anima. Può essere la separazione definitiva della morte, oppure la distanza invisibile ma lacerante di chi si smarrisce nelle dipendenze: prigionieri di solitudini mascherate da luci! Quante famiglie soffrono nel silenzio, col cuore stretto dall’angoscia di non riuscire più a raggiungere coloro che hanno dato alla vita!
Inizia così l’editoriale di Suor Giacomina Stuani, direttrice della Rivista Dalle Api alle Rose, sul numero di marzo-aprile.
Maria è la Madre che accompagna ogni genitore nelle ore più buie
Ma c’è una Madre che ha vissuto questo dolore prima di ogni altra:Maria, ai piedi della Croce. Ha visto il Figlio morire, ha sentito il cuore trapassato, ma non ha mai smesso di credere alla promessa del Padre. Maria è la Madre che accompagna ogni genitore nelle ore più buie, asciuga lacrime e infonde coraggio, ricorda che la Croce non è mai la fine, ma via verso la Risurrezione.
Santa Rita non si lascò vincere dalla disperazione
Insieme a lei, Santa Rita ci insegna a non distogliere lo sguardo dalla speranza. Vide ucciso il marito, i figli incamminarsi verso odio e vendetta e poi morire. Ma non si lasciò vincere dalla disperazione: affidò tutto a Dio e trasformò il suo dolore in preghiera e offerta, perciò chiese di condividere la Passione sulla sua carne, ottenendo la stigmata in fronte. Rita non si aggrappò alla morte, ma alla vita eterna, certa che Dio può trarre il bene anche dalle ferite più profonde.
La Pasqua di Cristo
E ora arriva la Pasqua di Cristo, nostro più grande conforto. Nulla è perduto per sempre se affidiamo tutto nelle mani di Dio. Anche il figlio più lontano può ritrovare la strada, anche la notte più buia può aprirsi alla luce. Maria e Santa Rita camminano con noi, e con loro Cristo Risorto, che fa nuove tutte le cose.
Siamo giunti alla 9° tappa del percorso dei 15 Giovedì di Santa Rita a cura delle monachedel Monastero Santa Rita da Cascia e dell’agostiniano Padre Pasquale Cormio, che in quest’anno giubilare, sono incentrate sul Portare la Speranza insieme a Santa Rita!
4° seme della Speranza: vicinanza agli anziani e agli ammalati
Nel percorso di avvicinamento alla festa di Santa Rita riflettiamo su un altro seme di speranza, rappresentato dalle persone anziane e ammalate, entrambe accomunate dalla fragilità e dalla debolezza.
Sappiamo bene come alla sofferenza del corpo spesso si aggiunga un dolore più profondo, quello di chi si sente inutile, messo da parte dopo una lunga vita di sacrifici, o dipendente da altri per i semplici gesti della quotidianità. Da questo disagio è possibile trovare sollievo, se non vengono meno la vicinanza e l’affetto di persone che li assistono.
Una società che si prende cura dei più deboli è una società matura e ricca di umanità. Al contrario, come ha evidenziato Papa Benedetto XVI:
“Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.”
Papa Benedetto XVI (Enciclica Spe Salvi – n°38)
È nei confronti degli anziani e degli ammalati che le opere di misericordia ridestano sentimenti di compassione in chi le compie e di gratitudine in chi le riceve. Sappiamo bene come, alla sofferenza del corpo, spesso si aggiunge un dolore più profondo, che si ritrova in chi si sente inutile, messo da parte dopo una lunga vita di sacrifici, o dipendente da altri per i semplici gesti quotidiani. Da questo disagio è possibile trovare sollievo se non vengono meno la vicinanza e l’affetto delle persone che li assistono.
Gesù è sempre solidale con chi soffre
La nostra fede, fondata sull’Incarnazione del Verbo di Dio, attesta il bisogno di una presenza continua di Dio nella vita di ciascuno, ma anche la necessità di godere del bene di una aiuto reciproco. Gesù non predica mai la rassegnazione di fronte al male, non dice mai che la sofferenza avvicina maggiormente a Dio, ma si oppone con decisione al male e alla sofferenza. Egli mostra una particolare benevolenza verso un’umanità toccata dalla malattia nel corpo e nell’anima. La compassione, di cui dà prova nel momento in cui è avvicinato da un infermo, spinge il Figlio di Dio ad intervenire, a combattere il malessere fisico e il peccato che ad esso è associato. Gesù è pienamente solidale con chi soffre e non esita a violare quelle barriere protettive che spesso i sani interpongono tra sé e gli ammalati, con il falso pretesto di tutelare la propria salute, finendo per impoverire quella altrui.
Fare del bene fa bene a chi lo riceve, ma anche a chi lo fa
Se la vecchiaia è accompagnata e sostenuta dai propri cari, l’intera famiglia cresce nella gioia e nella serenità perché fare del bene fa bene a chi lo riceve, ma anche a chi lo fa. Il tempo sottratto ai nostri impegni per essere vicino a una persona sofferente ci fa crescere in umanità. Occorre far emergere quanto di più bello e prezioso è in noi: l’empatia, la compassione, la solidarietà, la disponibilità a mettersi al servizio di chi è nel bisogno, l’amore che porta a sacrificarsi per il bene dell’altro, chiunque esso sia. Chi è nella sofferenza ha qualcosa da dirci e da insegnarci, è colui che può rivelare noi a noi stessi, mettendoci alle strette sulla “serietà” della vita.
L’esempio di Santa Rita
Santa Rita è stata maestra di umanità che ha saputo prendersi sempre cura dei suoi genitori anziani e dei malati con amore e competenza.
Come segno di speranza possiamo, in questo tempo, visitare una persona anziana o ammalata: sarà un’occasione per riconoscere nel loro volto, il volto di Gesù: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25, 40).
Il 2 aprile, in occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo,la Basilica di Santa Rita da Cascia torna a riaccendersi di blu per riportare l’attenzionesul disturbo dello spettro autistico sempre più diffuso. Inoltre, la campagna di raccolta fondi per la Festa del 22 maggio, promossa dalla Fondazione Santa Rita da Cascia, destinata ai più fragili, ha come protagonisti 12 giovani coinvolti nel progetto Dopodinoi, il primo innovativo progetto di autonomia abitativa, attraverso il cohousing, per persone con disturbi dello spettro autistico in Umbria, a Bastia Umbra (PG)
L’iniziativa è un esempio di “Durante e Dopo di Noi”, il modello di intervento sociale per preparare i ragazzi con disabilità a un’emancipazione graduale dalla famiglia in vista del “Dopo di Noi”, ossia quel momento in cui i genitori non potranno più prendersi cura di loro.
Un progetto innovativo per colmare un vuoto assistenziale
Secondo i dati di ANGSA Umbria, l’autismo coinvolge a livello globale 1 bambino ogni 60 nati, ma le risposte assistenziali pubbliche e private, in Italia, si concentrano sui minori, trascurando gli adulti, che costituiscono invece la maggioranza di coloro che convivono con questo disturbo. Dopo i 18 anni queste persone “scompaiono” dal sistema, così molti finiscono in istituti psichiatrici o RSA, perdendo salute e abilità acquisite.
Il progetto Dopodinoi sostenuto della Fondazione va dunque a colmare un vuoto assistenziale. Tanto più che la struttura individuata offre una soluzione innovativa attraverso il cohousing, con un modello pilotache garantisce indipendenza e spazi personalizzati, permettendo allo stesso tempo la vita in comunità e il supporto professionale. Inoltre, il villino con giardino che è stato scelto è situato in un contesto tranquillo ma vicino ai servizi, permettendo ai giovani che lo abiteranno di “stare nel mondo” in uno spazio progettato “a misura di persone con autismo”, come ad esempio elementi di domotica, con la consulenza del Politecnico di Torino.
“I giovani adulti con autismo desiderano indipendenza e felicità, come qualunque altro giovane. Noi vogliamo garantire loro questi diritti, non perché fragili ma in quanto esseri umani. Le persone con disabilità intellettiva affrontano sia barriere socio-culturali, radicate nei pregiudizi, sia concrete. Con il nostro progetto Dopodinoi intendiamo offrire un supporto economico che avvii un cambiamento culturale per una reale inclusione, riconoscendo la loro diversità come unicità fatta non solo di limiti ma anche di potenzialità da valorizzare. Portiamo così avanti la nostra missione di impatto sulla comunità, al servizio della carità e del bene comune, facendoci portavoci dell’eredità ritiana”.
Madre Maria Grazia Cossu – Badessa del Monastero e Presidente della Fondazione Santa Rita da Cascia
La Fondazione e i progetti per la disabilità intellettiva
La Fondazione Santa Rita da Cascia ha già sostenuto importanti progetti sulla disabilità intellettiva per complessivi 265mila euro a sostegno di oltre 110 persone. Destinando 30mila euro in tre anni al Centro Up di Santa Maria degli Angeli (Assisi), struttura socio-educativa per 30 minori, e donando 20mila euro a “La Semente” di Spello, centro terapeutico-riabilitativo diurno per 18 giovani adulti.
Inoltre, 45mila euro, in 3 anni, sono stati destinati alla cooperativa sociale Mio Fratello è Figlio Unico di Roma,per sostenere le autonomie lavorative di 5 ragazzi e adulti autistici, impegnati nei lavori di cura della terra, del casale e degli animali. Per l’inclusione attraverso lo sport, sono infine stati destinati 170mila euro, per 60 tra bambini, ragazzi e giovani adulti con disabilità intellettiva e autismo, a due realtà d’eccellenza: il Villaggio Lakota di Ammonite (Ravenna), dove l’ippoterapia diventa equitazione integrata e l’Accademia del Remo di Napoli, dove il canottaggio si trasforma in una terapia e uno sport praticato a livello agonistico.
Da lunedì 1 aprile e fino a ottobre 2025, ecco i nuovi orari per la tua visita alla Basilica e al Monastero Santa Rita da Cascia.
PASSAGGIO ALL’URNA Ogni ultimo giovedì del mese – dopo la S. Messa delle ore 18:00
PREGHIERA ALLA BEATA MARIA TERESA FASCE primo venerdì del mese ore 18:00 Santa Messa e preghiera in Cripta (Basilica Inferiore)
CONFESSIONI Festivo, prefestivo e feriale: dalle ore 7.00 – 12.30 e dalle ore 15.30 – 19.00
Per aggiornamenti, è possibile contattare l’Ufficio Informazioni del Santuario: tel. +39 0743 75091 – [email protected]
Proseguono le riflessioni delle monache del Monastero Santa Rita da Cascia e dell’agostiniano Padre Pasquale Cormio, sui 15 Giovedì , che in quest’anno giubilare, sono incentrate sul Portare la Speranza insieme a Santa Rita!
3° seme della Speranza: soccorso ai bisognosi o agli ultimi
Per il popolo di Israele il sopraggiungere del Giubileo rappresentava la cancellazione dei debiti contratti, il riscatto dei prigionieri che riprendevano la libertà, una nuova vita per tutte le persone disagiate. Tali risoluzioni non rispondevano solo ad una forma di promozione umana e sociale, ma erano prese in osservanza di un principio teologico: tutti apparteniamo a Dio e in quanto siamo suoi figli, ci riconosciamo fratelli gli uni con gli altri, fratelli che si sostengono e non si opprimono a vicenda.
L’Anno santo che stiamo vivendo deve aiutarci a riscoprire queste radici di umanità e di fraternità che ci accomunano; questa presa di coscienza sarà possibile nella misura in cui saremo capaci di riconoscere la paternità di Dio nella nostra vita.
Non alziamo barriere difensive
Uno dei segni tangibili di speranza è prendersi a cuore la condizione di chi vive forme lievi o gravi di disagio, sia fisico sia spirituale. Nei nostri tempi si richiede di combattere non solo la miseria, ma anche l’indifferenza, che talvolta viene giustificata con la necessità di pensare prima al bene proprio, lasciando ad altri enti, siano esse le istituzioni statali, sociali o la chiesa o la caritas, il compito di occuparsi di coloro che papa Francesco definisce come “gli scarti” della società umana.
Questa insensibilità o durezza di cuore verso le miserie umane generano disagio e talvolta suscitano una nostra reazione, ma quando gli ultimi si fanno troppo prossimi alla nostra vita, si innalzano barriere difensive, che finiscono per isolare, emarginare i disagiati, ridurli a un numero, facendo perdere la loro dignità e classificandoli solo per i problemi che sollevano: ora sono i detenuti, ora i migranti, ora gli extracomunitari, ora i rom… e l’elenco potrebbe continuare.
Non indugiamo..
In uno dei sermoni sant’Agostino si rivolge ai fedeli, che protestavano a proposito dell’aiuto da dare ai peccatori, coloro che oggi potremmo definire gli “stranieri” e i “lontani”. Il vescovo Agostino con decisione e prontezza risponde che si deve prestare soccorso senza indugiare, in nome di “una umana benevolenza”:
Non accogliamo i peccatori perché sono peccatori, ma li trattiamo con umana benevolenza, perché sono anche uomini; in loro puniamo l’iniquità che gli è propria, e abbiamo pietà della condizione che ci è comune, e in tal modo facciamo del bene a tutti.
Sant’Agostino – sera.350/F
Santa Rita e il servizio agli ultimi
La vita di Rita ci mostra un esempio di servizio a favore degli “ultimi” nel Lazzaretto di Roccaporena, dove trovavano ospitalità i forestieri che passavano per il borgo. Amministrato da una compagnia di donne, sotto al direzione di una abbadessa, secondo un’antica tradizione era frequentato da Rita, che vi si recava spesso per assistere gli appestati, in un tempo in cui non solo l’Umbria, ma tutta l’Europa, era flagellata dalla peste. La paura del contagio non ferma Rita né impone un freno a quella carità che anima la sua vita: l’amore per Dio, che alimenta continuamente con la preghiera e la penitenza, si trasforma in soccorso per gli ammalati.
Cosa possiamo fare noi
Svolgere un’attività di volontariato, un servizio presso la parrocchia, aiutare l’anziano vicino di casa o il senzatetto del proprio quartiere è gettare un seme di speranza che può trasformarsi in terapia contro la solitudine, le sofferenze fisiche e psichiche per entrambe le parti coinvolte. Solitamente il dolore porta alla chiusura, mentre il prendersi cura e il sentirsi accolto dà apertura e restituisce la speranza.