Il silenzio che rivela chi siamo

La Parola che costruisce l’interiorità

Il carattere interiore di un santo è sicuramente modellato dalla Parola: Parola di Dio e parola degli uomini. Senza di essa nessuno di noi potrebbe acquisire una coscienza di sé. Il mito del “buon selvaggio” è stato totalmente smentito dalla conoscenza che abbiamo attualmente dello sviluppo umano.

Non diventiamo creativi senza essere stati prima recettivi. Impariamo a parlare imitando i suoni che gli adulti producono. Sperimentiamo producendo balbettii e tentando così di riprodurre ciò che ascoltiamo, in un processo affascinante di affabulazione che fa nascere la comunicazione.

Così, anche nella vita spirituale, riceviamo la lingua dell’amore di Dio attraverso l’ascolto della Parola all’interno della celebrazione eucaristica. E lentamente, molto lentamente, rispondiamo ad essa attraverso il suo stesso linguaggio: quello dell’amore e della donazione.

L’altro alfabeto: quello delle creature

Ma dimentichiamo sempre un altro alfabeto che ci raggiunge con un’immediatezza formidabile, senza bisogno di mediazioni: quello delle creature. Quello del meraviglioso mondo in cui siamo immersi.

Se penso a Santa Rita, non posso fare a meno di rivedere mentalmente la bellezza austera della Valnerina: i suoi boschi, le rocce che si stagliano appena sopra la stretta vallata, gli speroni scavati dalle piogge, i colori autunnali e l’immacolato splendore dei suoi inverni. Un alfabeto fatto di silenzio. Un linguaggio che si ode senza strepito, senza suono.

Lo Scoglio e la duplice faccia del silenzio

Rita ha appreso molto presto questa lingua. Lo Scoglio di Roccaporena, dove era solita inerpicarsi per trovare pace, le ha insegnato che il silenzio ha due facce: quella della privazione e quella della pienezza.

La privazione dei rumori familiari del paese, dei dialoghi con i conoscenti, del vedere ed essere veduta, dello svagarsi dagli impegni e del conoscere ciò che accade intorno (oggi si direbbe del gossip), fino alla nudità della roccia e al silenzio immemore della vetta, con una solitudine che può provocare smarrimento.

Ma proprio nel sottrarsi al piacere, che passa attraverso gli occhi e le orecchie, si giunge a un’esperienza di pienezza interiore e di unificazione pacificante.

Nel silenzio, davanti a Dio

Rita l’ha vissuta molto spesso; è passata quotidianamente dai rumori del piccolo borgo, con le sue incombenze e relazioni, al silenzio che le ha fatto conoscere chi era davvero. Ha scoperto se stessa davanti al silenzio di Dio.

Perché è nel silenzio che si impara chi siamo davvero. Si impara che ogni creatura ha una voce… e un messaggio: tutto è per te, ma tu sei solo di Dio. E Rita lo ha appreso.

Suor Elisabetta Tarchi e Padre Vittorino Grossi

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